FGS SU ILVA: VOGLIAMO POLITICA INDUSTRIALE E STATO IMPRENDITORE

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L’economia italiana sconta il prezzo di gravi contraddizioni e la mancanza di una visione di insieme.

 Noi respingiamo tanto il vecchio modello di capitalismo di stato, quanto l’ideologismo del mercato che si autoregola, e inoltre denunciamo con forza le miserie del capitalismo clientelare: lo Stato che eroga somme a fondo perduto per riappacificare le parti sociali, in mancanza di un serio progetto industriale e sociale.  Quest’ultima pratica ha aumentato la corruzione, l’assistenzialismo fine a se stesso, e messo l’Italia nella posizione obbligata di dover far concorrenza agli altri paesi per offrire condizioni migliori agli investitori. Questa concorrenza tra paesi diventa ben presto concorrenza al ribasso tra le classi lavoratrici, che pagano – assieme al nostro tessuto di PMI – il fatto di essere la parte debole, e di non potersi muovere liberamente per il Mondo come i grandi detentori di capitale.

La parola d’ordine per noi socialisti è: programmazione. Programmare lo sviluppo del paese utilizzando uno strumento strumento, tra gli altri: l’intervento dello Stato in economia. Lo Stato non deve essere solo un mero regolatore, ma anche imprenditore con forme moderne: è quella forza trainante e indirizzatrice nei settori chiave, che è in grado di far collaborare l’iniziativa privata al bene comune.

 Il caso dell’ex-ILVA è emblematico. Vogliamo che sia l’occasione per una nuova stagione dello Stato imprenditore, e l’inizio di una programmazione dello sviluppo che porti l’Italia ad avere una seria politica industriale. L’Italia deve produrre ricchezza e poi redistribuirla per combattere la disuguaglianza sociale. A beneficio del dibattito pubblico, e a futura memoria, la Federazione dei Giovani Socialisti lancia i seguenti punti:

  1. L’Italia deve continuare a produrre acciaio. L’acciaio è il materiale dello sviluppo (macchinari, infrastrutture, edilizia, tecnologia aerospaziale), e significa futuro: non esiste niente che lo possa sostituire. Il mercato dell’acciaio vive un momento di sovra-produzione: per colpa della deflazione globale di un sistema economico insostenibile, e per colpa della Cina che – dalla sua presenza nel WTO – ha immesso nel mercato globale enormi quantità di acciaio di bassa qualità. Le imprese italiane ed europee invece necessitano di una produzione locale secondo le loro necessità tecniche: più qualitativa e meno costosa dell’importazione.
  2. L’Italia è strategica per l’Europa e per la ricostruzione del Medioriente. Siamo tra i dieci paesi che producono più acciaio al mondo. Tra questi, i paesi europei sono solo due: l’Italia e la Germania, alla quale siamo secondi. L’Europa non importa acciaio, ma solamente materie prime che per buona parte vengono comunque dalla Svezia europea. L’Italia è dunque importante per il fabbisogno europeo e non solo: per la sua posizione privilegiata nel Mediterraneo è in grado di produrre acciaio per la fase di ricostruzione che ci sarà in Mesopotamia, dopo le lunghe e terribili guerre che l’hanno attraversata. Saremo così in grado di essere attori principali per una nuova fase di cooperazione internazionale, se raccoglieremo questa sfida dotando il Paese (e specie il Sud Italia)  di adeguate infrastrutture: porti e ferrovie in primis.
  3. L’ILVA è vitale, ma deve essere riconvertita ecologicamente. Non si può ignorare il grande danno ambientale e alla salute che questo enorme e vecchio impianto siderurgico comporta, ma va tenuta a mente una cosa: gli impianti siderurgici sono concepiti in teoria per non buttare via niente e per essere addirittura ecologici; il problema sono i materiali tossici che vengono utilizzati (es. la produzione di carbon coke) e gli imprevisti nel processo (es. lo slapping). Tutto dipende dalla modernità dell’impianto, e quello dell’ex-ILVA è molto vecchio. Serve dunque una grande capacità di investimento per riconvertirla sia tecnologicamente che ecologicamente, e in fretta! Occorre inoltre una riqualificazione ambientale delle aree adiacenti l’impianto, e l’abbattimento dei fumi delle linee di combustione (come per gli inceneritori è necessario l’uso di agenti specifici, fino a soluzioni più rivoluzionarie come maniche per fermare le polveri e catalizzatore per abbattere gli ossidi di azoto).
  4. Una soluzione possibile: la riconversione tecnologica; il preridotto. L’ILVA produce acciaio di qualità e in enormi quantità, a regime (almeno otto milioni di tonnelate di acciaio all’anno) è un’industria che fa da sola grandi profitti. Potrebbe dunque dotarsi di moderni forni elettrici, già utilizzati nelle numerose acciaierie del nord: l’Italia è all’avanguardia nel settore. Ma invece che produrre acciaio principalmente dai costosi rottami (principio di economia circolare giusto e che va incentivato nelle acciaierie che già lo adottano), l’ILVA potrebbe diventare il grande impianto italiano ed europeo per la produzione di preridotto: ferro lavorato col gas, che sostituisce sia i rottami che la ghisa nella produzione di acciaio. Invece che importare questo materiale, l’Italia può esserne un grande polo di produzione: un altro elemento di collegamento tra il Sud e il Nord. Ma serve il gas: per questo riteniamo vitale e strategica la conclusione della TAP!
  5. Programmare lo sviluppo con tutti gli strumenti a disposizione. Servono grandi investimenti per lavorare nella direzione auspicata: difficilmente sono quelli di un privato, sempre che accetti le condizioni. Basta col socializzare i costi e privatizzare i profitti! Servono gli investimenti dello Stato, in tutto o in parte, che però a quel punto è giusto che abbia un ruolo. Riteniamo giusta la direzione verso cui il Governo per ora sta lavorando: la Cassa Depositi e Prestiti può essere uno strumento valido, sempre che si tenga al sicuro il risparmio. Riteniamo anche molto interessanti le proposte di rivederne il ruolo: ad esempio in chiave Kfw tedesca (come ad esempio aveva provato a fare l’ex Ministro Giulio Tremonti: la CDP che vince le grandi commesse estere al posto delle singole piccole imprese, e poi riversarle sulle PMI).
  6. Un modello alternativo: cogestione dei lavoratori e bene comune. Vogliamo che nella nuova conformazione societaria che si verrà a creare, ci sia spazio per forme di cogestione dei lavoratori – che in questi anni hanno dato grande prova delle loro qualità professionali ed umane. Inoltre, mentre l’opera di riconversione deve essere compiuta velocemente, è auspicabile la creazione di un fondo permanente – con una quota dei profitti – destinato alla città di Taranto: a titolo di risarcimento del danno ambientale e alla salute, per finanziare progetti legati alla sanità pubblica e opere green . 

Modello interessante, da esplorare se dovessero fallire le trattative in corso, è quello di fare dell’ILVA un bene comune. Gestito da una società che ha come vincolo di destinare i profitti ai lavoratori e all’ammodernamento dell’impianto: per riconvertirlo ecologicamente, per farlo diventare sempre più all’avanguardia. 

Su questi punti è evidente la necessità di una battaglia per il cambiamento delle regole dei trattati europei. Regole economiche legate a visioni ideologiche vecchie, devono fare posto ad un nuovo patto europeo per la crescita e la giustizia sociale.

 

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