Storie di malagiustizia: il caso di Mimmo Lucano

I cinque quesiti davanti ai quali ci troveremo, nel segreto delle urne, il 12 giugno,

sembrano non destare particolare attenzione da parte dei media: quasi nessun dibattito in tv, pochi articoli sui giornali, zero discussioni sotto i commenti dei post sui social. Anzi: c’è chi liquida la questione come “problematica”, auspicando interventi parlamentari sulle materie oggetto dei quesiti referendari, e finisce per avere più risalto rispetto ai quesiti stessi.

Eppure, gli spunti non mancherebbero. Ci sono tante storie capaci di fare presa sull’opinione pubblica, tantissimi casi che racconterebbero come un si o un no potrebbero aiutare a fare in modo che “storie del genere non vengano più raccontate”: uno slogan già sentito, perché sempre adatto. Certo, non tutte appassionerebbero il pubblico alla stessa maniera, ma alcune potrebbero far capire bene davanti a quale svolta potremmo trovarci fra qualche giorno.

Una su tutte: quella di Mimmo Lucano, dal 2004 al 2018 sindaco di Riace, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria.

Al centro di una delle più mediatiche vicende giudiziarie degli ultimi anni, terminata a settembre 2021 con la condanna di Lucano in primo grado a 13 anni e 2 mesi (il doppio della pena chiesta dal P.M.) per i reati di truffa, peculato, falso e abuso d’ufficio.

Una condanna discussa già troppo, della quale non discutiamo il merito, se non per le conseguenze a cui, con le norme attuali, ha portato.

Uno dei quesiti del referendum del 12 giugno, il primo, riconoscibile per il colore rosso della scheda, riguarda l’abolizione del Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, attuativo della c.d. Legge Severino, che prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza per chi sia stato condannato per delitti dolosi o preterintenzionali, chi sia indiziato per l’appartenenza ad associazioni mafiose o chi sia destinatario di una misura di prevenzione.

Una legge che interveniva in un contesto di lotta alla corruzione, guidata da un sentimento di popolo scaturente dalle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, ma che ha subito fatto capire quali limiti avrebbe incontrato già pochi mesi dopo la sua emanazione, a partire dalla mancata applicazione della sospensione dalla carica di sindaco a Luigi De Magistris.

Una legge che non ha risolto, nemmeno in minima parte, il problema che si cercava di risolvere.

Corrotti e corruttori devono essere fermati dal commettere il reato, dopotutto, non dal candidarsi alle elezioni.

E questi limiti diventano ancora più chiari quando si leggono i numeri della “malagiustizia” in Italia, che vede, in media, più di mille persone innocenti all’anno attinte da custodie cautelari e oltre 27 milioni di euro spesi in indennizzi.

Ad oggi, alle porte di un giudizio in secondo grado, è prematuro pensare a quella di Lucano come ad un’altra vicenda di malagiustizia. Ben lungi, infatti, dal criticare la sentenza, bisogna comunque fare i conti con gli strascichi che questa avrà, almeno per l’ex Sindaco di Riace.

Strascichi che, in realtà, già si sono fatti tangibili: il suo era, infatti, uno dei nomi più caldi a concorrere per un posto nel Consiglio Regionale calabrese.

Forse una svista, visto l’avanzato stato del processo avrebbe portato ad una sua definizione comunque a ridosso delle elezioni. Sicuramente, però, una scelta che ha il sapore di un referendum anticipato: nonostante la sentenza di condanna, Lucano ha ricevuto 9.779 voti. Voti inutili, sia per il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento richiesta alla lista per la spartizione dei seggi consiliari, sia per effetto della legge Severino.

Parliamo di “se”, quelli che “non fanno la storia”. Ma è chiedendoci “se” questa legge merita ancora l’applicazione che decideremo cosa votare il 12 giugno.

E se la legge Severino fosse abrogata, la storia di un Sindaco che ha speso gli ultimi anni nella creazione del “modello Riace”, che gli ha consentito di essere inserito, nel 2016, fra gli uomini più influenti al mondo secondo la rivista americana Fortune, sarebbe continuata in un contesto, quello regionale, che necessita di idee nuove sulla gestione di una questione spinosa  come quella dei migranti.

E quei 9.779 voti sembrano una richiesta chiara, non solo di giustizia, ma di libertà politica, quella che troppo facilmente può essere negata, anche strumentalmente, da una legge che non ha ragion d’essere; che, anzi, scopre il fianco a pericolose storture del sistema giudiziario del nostro Paese alle quali i quesiti referendari tentano di porre un argine.

9.779 voti di persone che sapevano benissimo di votare un incandidabile, 9.779 voti di protesta. Un referendum anticipato, anche se limitato alla Calabria, che è forse la regione che più di tutte risente del problema giustizia: Catanzaro e Reggio Calabria sono, infatti, fra le Corti d’Appello, quelle che ogni anno spendono più di tutte in risarcimenti per ingiusta detenzione.

Voti di persone che hanno voluto mostrare il proprio sostegno non solo alla causa di Mimmo Lucano, ma, in generale, alla causa di una giustizia equa e giusta.

Oggi siamo chiamati ad una battaglia di garantismo, di separazione dei poteri, di tutela rispetto ai possibili abusi che possono nascere – e che sono nati – da una legge che non risolve il problema della corruttela politica e che, troppo spesso, funge da tagliola posizionata ad arte sul percorso di amministratori seri e onesti.

Il 12 giugno ci viene chiesto da che parte stiamo e la nostra parte è quella di chi non vuol vedere limitata la capacità politica dei cittadini da errori e soprusi della magistratura.

Storie come quella di Mimmo Lucano siano d’esempio: una pronuncia giudiziaria, non definitiva, non può definitivamente compromettere il destino di un amministratore.

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