Ed eccolo lì, quell’uomo ripugnante. Se ne sta in panciolle, gambe distese, sul suo lezzo divano a buttare via il suo tempo dietro all’ennesima serie TV da quattro soldi, ideata solo per essere venduta. Si mangia una pizza, butta via le croste. Ora però ha sete, si alza annoiato, va verso il suo lavandino calcareo e si versa un bel bicchierozzo d’acqua fresca. Ne beve un sorso, ne butta via il resto. E’ uno di quelli che si è comprato Vivere a Spreco Zero di Andrea Segré ma che poi, forse per allergia intellettuale, lo ha lasciato a prendere polvere sotto qualche posata. Dovrebbe studiare per il nuovo corso di Fashion Styling ma preferisce giocare con la sua catasta di bottiglie vuote. Non gli va di riciclare. Non ha nemmeno i bidoni colorati.
Costui rappresenta un lato di noi che tutti dovremmo riconoscere e affrontare: l’abitudine di sprecare, spesso senza accorgercene. È una tendenza radicata nella nostra società e nelle nostre vite quotidiane, che, anche senza malizia, finisce per gravare sul nostro pianeta e sulla nostra coscienza. Sprecare è diventato un comportamento automatico, un riflesso che non ci possiamo più permettere di ignorare. Sprecare è uno stile di vita. Sprecare, oggi, fa parte della nostra cultura.
Se parliamo di dati possiamo trovare che da un lato il riciclaggio e il trattamento dei rifiuti sta aumentando ma allo stesso momento la produzione di tali rifiuti è in un aumento più vertiginoso. Nel 2021, l’UE ha prodotto 16,13 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, circa il 40% è stato riciclato, ma una grande parte finisce comunque incenerita o esportata in altri paesi. Nonostante gli sforzi, la plastica continua a inquinare, con 22 milioni di tonnellate che finiscono nell’ambiente ogni anno. Il riciclaggio della plastica è ostacolato dalla sua diversità: ci sono tanti tipi di plastica, e separarli e trattarli è costoso e complicato. Tuttavia, l’UE sta cercando di migliorare la situazione con nuove leggi: per esempio, le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di plastica riciclata entro il 2025, e il 30% entro il 2030. Inoltre, alcune plastiche monouso saranno vietate dal 2030, e ogni anno l’UE si impegna a ridurre i rifiuti di plastica pro capite. Un altro obiettivo importante è che entro il 2030, almeno il 55% dei rifiuti da imballaggi in plastica sarà riciclabile. Per incentivare il riciclaggio, si stanno creando standard di qualità per la plastica riciclata e misure per ridurre i costi.
Nonostante questi sforzi, gran parte della plastica riciclata viene esportata in paesi al di fuori dell’UE, ma l’Europa sta cercando di fermare questa tendenza vietando l’esportazione di rifiuti verso paesi che non fanno parte dell’OCSE, come la Cina. Queste politiche mirano a ridurre l’inquinamento e a creare un sistema di riciclaggio più efficace e sostenibile. Il problema principale sono gli imballaggi. Dagli anni 50’ fino ad oggi c’è stato un incremento del 30,6% della produzione annua di plastica nel mondo, e se vi sembra poco pensate che stiamo parlando del passaggio da 1.5 milioni di tonnellate a 460 milioni. Prima di tutto questo gli imballaggi erano di vetro, ceramica e metallo. Le immagini dei negozi dell’epoca sono curiose ed impressionanti.
Ma perché oggi non è più così? Semplice: sprecare costa meno. Da un lato è vero che la plastica è più leggera, più sicura (sia materialmente che igienicamente parlando) ma qui io non sto parlando di dati, ma di mentalità. E la mentalità è tutto. Perché non troviamo stazioni di ricarica per prodotti come i detersivi o stazioni automatizzate per la raccolta degli imballaggi con cauzione? Queste soluzioni esistono, ma sono rare e più diffuse in paesi tecnologicamente avanzati.
Le soluzioni per ridurre gli sprechi si possono dividere in due approcci: dal basso e dall’alto. Dal basso, la responsabilità ricade su di noi: ad esempio, usare borse in tela riutilizzabili per la spesa o optare per retine riciclabili per frutta e verdura. In Svizzera, ad esempio, la pesatura di questi prodotti avviene direttamente in cassa, il che favorisce l’uso di alternative sostenibili. Tuttavia, questo approccio ha dei limiti: pigrizia, disinformazione e mancanza di motivazione spesso ostacolano il cambiamento. Dall’alto, spetta alle aziende introdurre soluzioni come stazioni di ricarica o raccolta e imballaggi ecologici. Ma qui il problema principale è l’interesse economico. Pensiamo ai detersivi: quante varianti esistono? Quante stazioni di ricarica servirebbero per soddisfare questa varietà? E quanto costerebbe gestirne la logistica? Entrambi i sistemi, pur essendo complementari, presentano sfide significative che richiedono un cambio di mentalità e di priorità.
Per chiarire meglio, condivido una mia esperienza personale. Nel ristorante dove lavoro d’estate come cameriere, offriamo tra i dessert la crema catalana, servita in piattini di coccio forniti direttamente dall’azienda produttrice. Dopo l’uso, li laviamo in lavastoviglie e li conserviamo. Durante la stagione, ne accumuliamo molti. Un giorno, ho chiesto alla mia capa se avessero mai provato a restituirli all’azienda, pensando che così loro avrebbero risparmiato sull’acquisto di nuovi piattini e noi magari ottenuto uno sconto. La sua risposta? Ci hanno provato, ma l’azienda non li accetta. Alla fine, i cocci vengono buttati o riutilizzati per dolci fatti in casa. Perché? Sarà una questione igienica? O, più probabilmente, economica? Organizzare una logistica per il ritiro, il controllo e il riutilizzo costerebbe più che acquistare nuovi piattini.
Sprecare, a quanto pare, conviene. Ma a lungo termine, dove ci porterà? La questione dello spreco è ormai una realtà che ci riguarda tutti. Non possiamo più permetterci di ignorare l’impatto che le nostre abitudini quotidiane hanno sull’ambiente. Le soluzioni esistono, ma sono frammentate e difficili da implementare su larga scala. Se da un lato possiamo fare la nostra parte, come consumatori responsabili, dall’altro le aziende e le istituzioni hanno un ruolo fondamentale nell’introdurre sistemi di riciclo più efficienti e pratici. Un’idea potrebbe essere quella di incentivare politiche che premino i comportamenti virtuosi, come sconti per chi restituisce imballaggi o utilizzano stazioni di ricarica per i prodotti. Potremmo anche spingere per un cambiamento normativo che obblighi le aziende a investire in soluzioni più sostenibili, rendendo il riciclo più conveniente di quanto lo sia oggi. Inoltre, dovremmo continuare a educare le nuove generazioni, perché la mentalità cambia solo se le abitudini vengono incoraggiate fin dall’inizio.
In definitiva, dobbiamo chiedere un impegno collettivo e una presa di responsabilità che vada oltre la semplice riduzione dei rifiuti. Il futuro è nelle nostre mani, ma solo se siamo pronti a fare delle scelte concrete e a sostenere quelle che potrebbero sembrare soluzioni più costose a breve termine, ma che si rivelerebbero vantaggiose per l’ambiente e per noi stessi a lungo andare.
di Edoardo Maria Pedrelli


