La Federazione dei Giovani Socialisti ribadisce, in sostegno alle proteste antigovernative in Israele, alla luce dell’attuale catastrofe umanitaria e militare a Gaza, una posizione di principio e di responsabilità d’intesa con i compagni israeliani di HaDemokratim all’opposizione del Governo Nethanyahu: l’annessione di Gaza rappresenterebbe non solo una violazione del diritto internazionale, ma un pericolo esistenziale per lo Stato d’Israele.
Il futuro di Israele e della Palestina non può passare né per lo status quo né per l’assorbimento della Striscia da parte dello Stato d’Israele. Governarla direttamente significherebbe caricare lo Stato israeliano del peso di due milioni di persone in parte ostili, impoverite e radicalizzate da decenni di abbandono e propaganda terroristica. Significherebbe, in sostanza, porre le basi per la dissoluzione della democrazia israeliana. Ogni passo verso l’annessione, anche implicita, è un passo verso l’autodistruzione.
La proposta di Nethanyahu è una tanto cinica quanto disperata mossa per portare Hamas alla resa. Ma Hamas, come non si è arresa per salvare i propri civili (anzi li ha sempre esposti al martirio se non uccisi direttamente), non si arrenderà neanche per salvare il territorio. La missione di Hamas è la dannazione di Israele, il mezzo sono le vite di chi ha oppresso negli ultimi anni. L’unica via, come noi Giovani Socialisti ricordiamo da sempre, deve nascere dai palestinesi e Hamas va dunque lasciata a fare i conti del disastro con la società palestinese.
Chiaramente a questo fine denunciamo l’ipocrisia crescente di alcuni governi europei che, senza alcuna strategia né reale interesse per il futuro della regione, si limitano a riconoscere la Palestina come Stato per ragioni di politica interna.
146 su 193 Stati membri delle Nazioni Unite riconoscono unilateralmente la Palestina. Pensare che il riconoscimento da parte di Francia e Gran Bretagna – i due ex patroni coloniali che goffamente cercano ancora di mettere mano al caos che hanno contribuito a generare oltre cent’anni fa – possa cambiare la realtà dei fatti è una pia illusione, figlia di un delirio eurocentrico.
La Palestina potrà nascere solo e soltanto da una pace con Israele. Tentare di forzare la mano allo Stato ebraico è uno spreco di energie diplomatiche che rischia solo di giustificare reazioni unilaterali da parte del Governo Ultranazionalista di Netanyahu: nuove colonie illegali o persino annessioni.
In ogni caso, questi riconoscimenti e le eventuali sanzioni non porterebbero né a un isolamento reale e definitivo di Israele, né – tantomeno – a una guerra di liberazione della Palestina. Sono, in sostanza, fumo negli occhi.
Se le Nazioni possono nascere da un mito, gli Stati moderni non si fondano sulle emozioni: hanno bisogno di realtà. Confini riconosciuti, monopolio della forza all’interno di quei confini, sostenibilità e responsabilità economica, unità interna ed esterna, una società civile e una classe dirigente.
Tutto questo non si crea per magia con un voto all’ONU. Noi Giovani Socialisti ci battiamo da sempre perché questi elementi siano al centro dell’agenda internazionale sulla Questione Palestinese.
Abbiamo sostenuto la leadership di Arafat perché fu il più vicino a unire i palestinesi. Abbiamo esortato i compagni di Fatah a superare le vicende corruttive che ne hanno compromesso la credibilità. Abbiamo fatto approvare risoluzioni nei consessi internazionali per il disarmo dei gruppi irregolari palestinesi, in favore di un monopolio della forza dell’ANP. Abbiamo incoraggiato il dialogo con i compagni israeliani. E molto altro ancora.
Oggi la situazione si presenta così:
- i palestinesi sono più divisi che mai, senza una leadership condivisa, con Hamas e l’ANP incapaci di una visione comune;
- i Paesi arabi della regione hanno relazioni migliori con Israele che con l’ANP;
- la società civile israeliana, pur scossa dagli orrori della guerra, ha meno fiducia di prima nelle prospettive di pace;
- gli unici a esporsi in favore dei palestinesi sono regimi canaglia che li strumentalizzano come carne da cannone (gli ayatollah sconfitti ma già pronti a prendere la staffetta Erdogan, Xi Jinpin e Putin).
In questo contesto, i Giovani Socialisti riaffermano alcuni punti cardine:
- Contro l’annessione di Gaza, non solo perché illegale, ma perché suicida per Israele. Riconosciamo la centralità dell’avvertimento di Yair Golan: annetterla significa assumerne la responsabilità piena, compresa quella sui suoi due milioni di cittadini
- Per una nuova strategia internazionale sulla Palestina, fondata su pragmatismo e legalità, non su impulsi emotivi. Il riconoscimento dello Stato palestinese deve essere frutto di un processo negoziale e non un’arma di finta pressione diplomatica per abbassare la pressione interna
- Per una riforma profonda delle istituzioni palestinesi, a partire dall’ANP. Solo un’autorità credibile, responsabile, laica e in grado di esercitare il monopolio della forza può rappresentare un vero interlocutore per la pace
- Contro il cinismo dell’ONU e delle agenzie internazionali, spesso incapaci, opache e dirette dal lato oscuro del multilateralismo, da quei regimi illiberali che attendono il via libera di Trump per mangiarsi le loro “aree di influenza”. Non denunciare i crimini di Hamas – dai furti degli aiuti umanitari all’uso della popolazione come scudo umano – significa essere complici del collasso civile e politico palestinese.
- Con la Lega Araba per una responsabilità multilaterale nella ricostruzione di Gaza: Israele non può, e non deve, essere l’unico responsabile del destino della Striscia. Serve una coalizione internazionale che vada oltre le colpe e lavori sulle soluzioni. La Lega Araba ha mostrato in questi due anni un percorso politico molto più pragmatico delle cancellerie europee, arrivando a chiedere unitamente ad Hamas di arrendersi. C’è un nuovo mondo già pronto in cui arabi e israeliani vogliono convivere e prosperare
- Gestione condivisa ed efficiente degli aiuti umanitari da parte di Israele e Lega Araba, che operino in modo coordinato per evitare una carestia nel territorio della Striscia. Nella Striscia devono entrare più risorse di prima necessità e devono essere distribuite in maniera equa. La fine della dittatura di Hamas deve essere segnata dal minor numero di vittime civili, che purtroppo ogni conflitto si porta dietro. Le IDF siano esercito di liberazione, non di conquista.
Il nostro compito, come giovani socialisti, è difendere il principio di realtà contro i deliri ideologici. Chi ama Israele non può accettare che diventi una potenza coloniale. Chi ama la Palestina non può accettare che resti strumento di regimi fondamentalisti. Chi ama la pace deve smettere di usare parole vuote e iniziare a costruire alternative reali, durevoli, condivise.


