IL PREZZO POLITICO DELL’INTERSEZIONALITÀ
Negli ultimi anni, la teoria dell’intersezionalità è diventata un punto di riferimento quasi obbligato in certi ambienti politici e culturali. Il suo lessico è entrato nell’uso comune: parole come queer, safe space, empowerment, allyship, fino ai suffissi rituali -washing (whitewashing, pinkwashing, ecc.), costituiscono ormai il vocabolario di un progressismo globale che si riconosce più nel linguaggio che nelle pratiche.
Ciò che era nato come uno strumento analitico per dare voce a chi subiva oppressioni multiple si è trasformato, progressivamente, in un codice di appartenenza: una grammatica identitaria che delimita chi è “dentro” e chi è “fuori” dal perimetro del discorso legittimo.
Vale la pena ricordare che la nozione di intersezionalità nasce in un contesto ben preciso: quello giuridico statunitense, dove la giurista Kimberlé Crenshaw la coniò nel 1989 per descrivere come le donne nere venissero discriminate contemporaneamente per razza e per genere, e come queste discriminazioni non potessero essere comprese isolandone una sola. L’obiettivo, in origine, era circoscritto: rendere visibile un punto cieco del diritto e della società.
Ma nel passaggio dall’aula di tribunale all’accademia, e da lì alla sfera mediatica e politica, il concetto ha subito una metamorfosi.
Trasformata in chiave culturale e poi simbolica, l’intersezionalità è diventata una lente totale, capace — o presunta tale — di leggere qualunque dinamica di potere. Da metodo di analisi è divenuta un paradigma morale. E con il suo linguaggio si è imposta una forma di ortodossia: si denuncia l’imperialismo culturale statunitense, ma si adottano senza esitazione le sue categorie teoriche.
In nome della “decolonizzazione del pensiero” si importano, senza mediazioni, le formule di una cultura politica nata in un contesto giuridico e sociale completamente diverso dal nostro. È un paradosso: il progressismo che più diffida dell’Occidente finisce per replicarne i prodotti teorici più recenti, come se non ci fosse alternativa possibile.
Uno degli assunti centrali dell’intersezionalità è che le oppressioni si sovrappongono e si intrecciano. Ma nella pratica, questo intreccio non produce sempre armonia. I diritti entrano in conflitto, le rivendicazioni si sovrappongono e si contraddicono.
L’idea che tutte le istanze di liberazione possano coesistere pacificamente ignora la natura agonistica della politica. La realtà sociale non è un mosaico ordinato di differenze, ma un terreno di tensioni, negoziazioni, rapporti di forza.
L’intersezionalità, nella sua versione più dogmatica, tende invece a dissolvere il conflitto nella morale, sostituendo la politica con la colpa, il dissenso con la colpevolizzazione. Questo slittamento si riflette anche nel modo in cui si discute nello spazio pubblico. Sempre meno si confrontano idee, sempre più si assegnano etichette morali: “colonialista”, “transfobico”, “abilista”, “reazionario”.
L’argomento si sostituisce con il giudizio, la complessità con il sospetto. Una volta pronunciata la condanna morale, la discussione è chiusa. Dire “non sono d’accordo” diventa un atto di aggressione. Così, in nome della pluralità delle soggettività, si produce un pensiero unico dell’inclusione, dove la diversità reale — di opinioni, di strategie, di visioni del mondo — diventa intollerabile.
Paradossalmente, mentre si denuncia la rigidità delle identità imposte, se ne costruiscono di nuove.
“La persona queer”, “l’antispecista”, “l’arabo/a”, diventano figure positive, modelli morali, talvolta intoccabili. È la logica dello stereotipo rovesciato: se prima l’identità era una gabbia da rompere, ora diventa un rifugio sacralizzato, un marchio di autenticità.
Ma le gabbie, anche se dorate, restano gabbie. In questo schema, la marginalità non è più qualcosa da superare, ma una medaglia da esibire. L’identità, da categoria politica, diventa capitale simbolico.
Questo porta a un effetto collaterale ancora più profondo: un relativismo pericoloso nei confronti dei diritti universali. Nel tentativo di rispettare le differenze culturali e le esperienze marginali, si finisce spesso per accettare che i diritti umani possano essere negoziati o subordinati. Si confonde il rispetto con la rinuncia.
Per espiare i peccati dell’Occidente, si attribuisce alle culture “altre” una presunta purezza originaria, un’autenticità incontaminata. È una forma di esotismo morale, che sotto la patina del rispetto nasconde un vecchio paternalismo: quello che tratta l’“altro” come un essere fragile da proteggere, non come un interlocutore alla pari.
Alla fine, più che uno strumento di liberazione, questa applicazione rigida dell’intersezionalità diventa un dispositivo di autoassoluzione. Permette a chi la professa di sentirsi dalla parte giusta della storia, di compensare con la purezza del linguaggio l’impotenza dell’azione. È un progressismo performativo, che si misura più sui pronomi che sulle politiche, più sulla forma del discorso che sulla trasformazione del reale.
Eppure, la vera sfida politica non è moltiplicare le identità, ma trovare un terreno comune. Non dissolvere l’universale, ma ridefinirlo. Un universalismo capace di riconoscere le differenze senza sacralizzarle, che non riduca l’uguaglianza a una questione di rappresentazione ma la traduca in diritti concreti, condivisi, negoziabili ma non negoziati.
Se l’intersezionalità doveva essere un metodo per rendere visibili le oppressioni, oggi rischia di diventare una liturgia che le riproduce simbolicamente, distribuendo colpe e meriti invece di costruire alleanze.
Non è liberazione.
È autoassoluzione morale.
a cura del Dipartimento Femminismo FGS


