Documento di posizione politica della FGS sulla crisi in Sudan
Cresce la preoccupazione per i centinaia di migliaia di civili intrappolati a El Fasher, nel Darfur, dove nelle ultime settimane le Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, hanno preso il controllo della città dopo un assedio durato più di un anno.
Bombardamenti d’artiglieria, droni e scontri casa per casa hanno distrutto ospedali, scuole e moschee, spingendo la popolazione in rifugi improvvisati. Carestia e violenze di genere sono in aumento, come denunciato dalle agenzie ONU e dalla Commissione dell’Unione Africana. El Fasher, divenuta simbolo dell’abbandono internazionale, rappresenta oggi la tragedia di un intero Paese sospeso tra guerra e fame.
Il conflitto sudanese non è più una guerra interna: è il riflesso di una competizione regionale e globale. La RSF trova sostegno in reti economiche e politiche legate al traffico dell’oro e a potenze del Golfo, in particolare negli Emirati Arabi Uniti — che devono cessare immediatamente il finanziamento dei miliziani responsabili di massacri e stupri orrendi e farsi invece promotori di una reale soluzione politica e civile per la pace.
Sul fronte opposto, il generale Abdel Fattah al-Burhan e l’esercito regolare (SAF) hanno ricevuto appoggi dall’Egitto, Paese che continua a rappresentare il modello di un autoritarismo in equilibrio precario tra militari e Fratelli Musulmani, e che rischia di trascinare l’intera regione in una spirale di instabilità. Anche Teheran, in una dinamica di guerre per procura, alimenta il conflitto in Sudan.
In questo contesto, l’Africa — attraverso l’Unione Africana e l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo del Corno d’Africa — ha riaffermato il proprio ruolo, accogliendo positivamente gli esiti del gruppo Quad (Egitto, Arabia Saudita, Emirati, USA) del 14 settembre e condannando le atrocità in corso. Serve tuttavia un salto politico: dalle dichiarazioni alle garanzie effettive.
Oggi si profilano 3 possibili esiti:
1. La partizione di fatto del Paese, con la RSF dominante a ovest e la SAF a est, sul modello
libico;
2. La riconquista militare del territorio da parte di uno dei due fronti, con il rischio di nuovi
massacri;
3. Un compromesso politico a geometria variabile, con una transizione civile progressiva sotto
garanzia UA–ONU e Quad.
Solo il terzo scenario può aprire la strada a una stabilizzazione reale. Ma ciò richiede una pressione internazionale che oggi non c’è. La comunità internazionale non può limitarsi a esprimere “preoccupazione”.
Servono azioni concrete:
Una missione di protezione umanitaria UA con mandato ONU, per garantire l’accesso a El Fasher e alle altre aree assediate, con regole d’ingaggio chiare e sostegno logistico europeo;
Un embargo effettivo sulle armi, monitorato da un meccanismo congiunto ONU-UA;
Un sistema di tracciabilità dell’oro sudanese, sostenuto da UE e istituzioni
finanziarie, per sottrarre all’economia di guerra una delle sue principali fonti di
finanziamento.
L’Unione Europea deve riconoscere la crisi sudanese come emergenza al pari di quella ucraina. Serve un piano afro-europeo per il Sudan, che unisca aiuti umanitari e investimenti in infrastrutture, sanità ed educazione, con particolare attenzione a giovani e donne.
Strumenti come NDICI–Global Europe, ECHO e la European Peace Facility possono essere mobilitati subito per sostenere missioni UA e ONG locali. L’Italia, che ospita una parte importante della diaspora sudanese e mantiene una storica presenza nel Corno d’Africa, deve farsi promotrice di un’iniziativa diplomatica europea autonoma, fondata sul diritto internazionale e sulla solidarietà concreta.
La Federazione dei Giovani Socialisti ritiene che il Sudan rappresenti oggi un banco di prova
per un nuovo internazionalismo: uno che rifiuta la logica della guerra “congelata” e della realpolitik, e riconosce nella difesa della vita civile e della democrazia africana una responsabilità universale.
Non esistono conflitti lontani: esistono solo conflitti dimenticati. E in Sudan, come altrove, il silenzio è complicità.


